Guarda i muscoli del capitano
Eravamo e siamo un paese singolare. Abbiamo un governo serio, tutto loden e sobrietà, e questo è sicuramente un passo avanti, se non altro per il fatto che diamo all’estero un’immagine di noi appena più presentabile rispetto a qualche mese fa. Per il resto, però, per un vero cambiamento serve ben più di un cambio di governo. Serve qualcosa di più profondo e radicale, di cui per ora non c’è traccia. L’entusiasmante caso del senatore Pd Luigi Lusi, pizzicato a decurtare allegramente 13 milioni dalle casse della Margherita, l’ex partito di cui era tesoriere insieme a Rutelli (che ovviamente non s’è accorto di nulla), per convogliarli sul proprio conto bancario, è solo l’ultima dimostrazione di un paese la cui classe dirigente, tanto disonesta quanto incapace, condurrebbe alla rovina nazioni ben più solide di noi.
Metafora drammatica, ma per certi versi anche spettacolare, della condizione del nostro paese è sicuramente il recente naufragio della Costa Concordia, la nave da crociera indecorosamente semi-affondata nelle acque del Giglio. Quando, con tutte le sue luci e i suoi lustri, un solenne transatlantico affonda, la forza simbolica di cui l’evento si carica è sempre molto alta: si pensi al Titanic, il cui affondamento nel 1912 sembrò portarsi negli abissi i sogni di belle époque che erano cullati all’epoca da buona parte dell’umanità, e preannunciare nefasto lo scoppio della Prima Guerra Mondiale che avvenne solo due anni più tardi (se ne parla anche sul mio blog di recensioni a proposito dell’album di Francesco De Gregori intitolato appunto Titanic). Mi viene in mente anche un’immagine proposta da Fabrizio De André in un’intervista dei primi anni ’90, allorché paragonò la società contemporanea ad una nave da crociera così carica che sta affondando per il troppo peso: per non affondare, i passeggeri devono buttare a mare qualcosa, solo che, pieni di oggetti come sono, non sanno più distinguere le cose veramente importanti dagli inutili status symbol, e nell’indecisione non buttano via nulla, così la nave affonda sempre di più.
Insomma, ogni affondamento di navi così maestose ha in sé un simbolismo infausto molto forte. Quello della Concordia ha un potere metaforico ancora più grande perché si tratta, almeno per quel che ne so io, del primo disastro della storia nautica causata da un’idiozia come quella di passare sotto costa ad un’isola (tra l’altro in gennaio praticamente disabitata) per fare il cosiddetto “inchino”. Ecco, i disastri navali di solito sono causati sì da errori umani, ma errori umani a loro volta causati da condizioni esterne difficili, come una mareggiata, un iceberg, un banco di nebbia, e così via. Nell’Italia di oggi, ecco che ci viene invece inflitto un affondamento col mare in calma piatta, causato solo dalla stupidità di un capitano che vuol fare il ganassa.
Ed è proprio il capitano spaccone che nell’immaginario collettivo, specialmente quello straniero, assurge al ruolo di “italiano tipo”, l’italiano gradasso incapace di svolgere seriamente nemmeno un ruolo di altissima responsabilità come quello di governare una nave che ha a bordo quattromila persone. Oltretutto, dopo l’imperdonabile errore di aver speronato uno scoglio che ha aperto una falla nello scafo, il capitano ha pure cercato di “sgamare” la situazione sostenendo per un tempo incredibilmente lungo – quasi due ore – che non c’erano problemi, che la nave era ok, che c’era solo un piccolo blackout e che nessuno doveva preoccuparsi. In quelle due ore, tempo per evacuare in sicurezza la nave ci sarebbe stato tutto. Invece non è stato fatto nulla, e questo ritardo ha fatto sì che la nave si inclinasse su un fianco, rendendo molto più difficili i soccorsi – specialmente perché l’inclinazione ha reso difficile se non impossibile calare in mare molte delle scialuppe di salvataggio – tanto che molte persone non ce l’hanno fatta ad abbandonare la nave e sono purtroppo morte. Come se non bastasse, dopo due ore di «Non c’è problema», il capitano, vista la mala parata, è stato tra i primi ad abbandonare la nave, lasciando i naufraghi al proprio destino per salvarsi, mandando al macero la vecchia retorica dei capitani coraggiosi per i quali perdere una nave è talmente un’onta che decidono di affondare con essa piuttosto che sopravvivere ad una tanto grande ignominia.
Ma perché all’estero sostengono che il capitano della Concordia sia un modello tipico di italiano? Be’, vi ricorda nulla un comandante che causa una catastrofe, nega a lungo che ci sia qualche problema e, quando proprio è con l’acqua alla gola, salta sulla scialuppa e aspetta l’arrivo dei “tecnici” che risolvano la situazione? Sì, esatto, ci ricorda lui.
Ci ricorda lui ma non solo lui, perché lui poi è solo la punta di un iceberg di un paese incapace di selezionare seriamente la propria classe dirigente. Questo è il vero problema. Il capitano della Concordia non è un caso isolato, ma solo quello più evidente. Il dottore che diventa primario non per meriti ma solo per raccomandazione, e poi operando uccide i pazienti, è tale e quale al comandante della Concordia, solo che di persone ne ammazza una alla volta “soltanto” (e quindi fa meno notizia) e non trenta. Ma il succo è sempre quello. Finché i posti che contano in Italia vengono assegnati sulla base delle amicizie lobbistiche e non delle qualità, nessun problema potrà essere veramente risolto: quando un comandante valido si vede superare chissà come da uno incapace, a subire il danno non è solo il comandante valido, che perde un lavoro che meritava, ma l’intera collettività, perché il comandante incapace magari schianterà sugli scogli una nave con quattromila persone a bordo. Ecco il vero tumore che, in ogni settore strategico, infetta l’Italia.
Il bello poi è che questi miracolati dalle amicizie (o parentele) importanti hanno una tanto alta stima di sé – e si sentono così intoccabili – da fare pure i brillanti e denigrare gli altri. Il viceministro al Welfare Michel Martone ha recentemente tuonato contro i fuoricorso: «Non essere laureati a 28 anni è da sfigati!» Lo dice lui che a 31 è diventato professore ordinario (ordinario!) di Diritto del Lavoro all’Università di Siena: in un paese in cui i professori ordinari under 40 sono l’1,5% del totale, raggiungere un simile obiettivo è da fenomeni. O da chi ha aiuto molto in alto. Dopo questa spacconata, la “Rete 29 aprile” si è messa in cerca di documenti su Martone. Ed è emerso che al concorso per la cattedra vinta da Martone – a soli 31 anni, ripetiamolo – era iscritta anche una ricercatrice con due lauree che lavorava nella facoltà da venti anni. La ricercatrice ebbe dalla commissione un voto di 5 su 5, Martone di 4 su 5. La ricercatrice fu scartata e Martone fu assunto. Non si sa perché. Viene da pensare che il fatto che Antonio Martone, padre di Michel, sia avvocato generale della Cassazione nonché presidente (nominato da Brunetta) della Commissione per la trasparenza nella Pubblica Amministrazione (tra l’altro coinvolto pure nell’inchiesta P3) possa avere avuto la sua importanza. E questo Michel Martone non è sottosegretario del governo passato, ma di questo governo, del governo Monti, quello dei tecnici seri. Ve lo dicevo io che non basta cambiare il governo per cambiare l’Italia.





Non sapevo dei retroscena del buon Michel, ma non fanno che confermare, con ulteriore aggravante, lo stato in cui versa il nostro paese, e che tu hai ben rappresentato nel tuo articolo. Ovvero, neppure si vergognano di lanciare insulti, critiche a destra e a manca pur ben sapendo che, per primi, dovrebbero avere il buon gusto, almeno, di tacere.
Ciao.
A
la ricercatrice non fu scartata ma chiamata come professore ordinario presso l’Università di Siena dov e già lavorava e che aveva chiesto il concorso:
per quanto riguarda le notizie che riguardano Antonio Martone vedi tutte le precisazioni sul sito antoniomartone.it